L’avversione alle perdite economiche

La perdita economica viene sempre valutata diversamente

Quando si dice che tra la teoria e la pratica esiste un abisso, è la pura verità. Questo si nota chiaramente nel comportamento dell’investitore ma andiamo avanti ad un passo per volta: Parliamo di avversione, un termine generico che nella sua accezione letterale significa essere contro qualcosa o qualcuno ma in campo finanziario lo troviamo spesso agganciato al rischio; avversione al rischio significa non accettarlo o quantomeno tendere al minor rischio possibile.

Si tende spesso ad avere timore di una perdita al punto di evitare di investire ma questo è un atteggiamento non corretto, se desideri avere di più, ottenere dei guadagni, devi rischiare. Pensi che un qualunque imprenditore non abbia rischiato iniziando il suo percorso e fondando un’impresa, e che non affronti tutti i giorni un rischio?

Se avesse continuato a lavorare come dipendente certamente avrebbe rischiato molto meno, al massimo rischiava che l’azienda per cui lavorava andasse in difficoltà ma anche in questo caso esistono gli ammortizzatori sociali in attesa di una soluzione, quindi il rischio è sempre limitato, di sicuro, però così avrebbe rinunciato alla possibilità di avere di più in termini economici e di soddisfazione personale, di incremento dell’autostima. L’avversione al rischio si collega all’avversione alla perdita e qui torniamo alla differenza tra la teoria e la pratica.

Teoria Economica tradizionale e pratica comportamentale

Secondo la Teoria Economica Tradizionale, gli individui, gli investitori, danno una valutazione degli utili e delle perdite in modo proporzionale, attribuendo ad essi il medesimo peso ma la finanza comportamentale, la disciplina che studia i comportamenti degli investitori, una branca specialistica della psicologia, dimostra attraverso esperimenti che non è così. Il concetto di avversione alla perdita deriva da uno studio di Tversky e Kahneman risalente al 1979 in cui i due ricercatori dimostrano come a parità di entità, la perdita ha per gli investitori un peso superiore all’analogo rendimento; in sostanza, se guadagni 100 Euro da un investimento, ne sei certamente felice ma il grado di sentimento positivo è nettamente inferiore al sentimento negativo causato dalla medesima perdita.

Intendiamoci, a nessuno piace perdere capitale ma la differenza è dovuta al fatto che un guadagno mette in prospettiva di una maggiore possibilità ma partendo da un capitale che in ogni caso resta invariato mentre una perdita provoca rammarico per la mancata occasione di maggiore possibilità è, in più, viene vissuta come una minore possibilità complessiva per il calo de capitale. Ecco spiegata l’avversione alla perdita, connessa strettamente al rischio ed è questo elemento, più che il rischio in senso stretto, che in talune circostanze fa in modo che si rinunci all’investimento, alla possibilità di avere un guadagno.

Ora dovresti poti una domanda: immagina di affrontare una gara di corsa, onestamente corri soprattutto per non perdere o soltanto per vincere? Sembra una domanda stupida a prima vista o una domanda degna del grande Marzullo ma dalla risposta che ti dai, si comprende se sei un semplice corridore o se hai la stoffa del campione, è qui che si gioca la differenza.

Questa è anche la sindrome del Golfista, come il grande Tiger Woods che, secondo esami condotti, talvolta rinuncia ad un grande tiro che consentirebbe un eccellente risultato per il timore, al contrario, di terminare con un numero di tiri superiore al previsto. Se ciascuno dei grandi del Golf non si fosse fatto prendere da quest’avversione alla perdita, tra tutti è stato calcolato che i guadagni attesi sarebbero cresciuti del 22% rispetto a quanto realizzato. Sempre restando con i piedi per terra, quindi, dovresti guardare dentro te stesso e capire se anche tu stai facendo altrettanto nei tuoi investimenti.

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